18/09/07

L'anno dello scudetto

Mischia ordinata. Persa. Mi stacco. Palla al largo. Corro verso destra, cercando di coprire i trequarti. Palla all'ala che con un calcio a seguire si libera del mio compagno. Il rimbalzo lo favorisce. Non so come, ma riesco a raggiungerlo e prima che si tuffi oltre la linea di meta, riesco ad agguantarlo per una caviglia. Mi sveglio agitato e penso “E' successo ancora!”.
Sono passati già diversi anni ma i ricordi di quella partita sono rimasti indelebilmente impressi nella mia mente e ritornano spesso. E' stata la Partita, e non una qualsiasi, per quello fatto in campo e per tutto ciò che ha dato a me e ai miei compagni. Era l'ultimo anno di under 19 e l'ultimo di liceo, epoca della mia vita a cui guardo con grande nostalgia. Il numero delle ore passate in campo era inversamente proporzionale ai voti, incurante dell'approssimarsi degli esami di maturità. Non riuscivo a farne a meno, dovevo andare in campo; dovevo giocare. Lì cera la mia seconda famiglia e i miei più cari amici, coloro con cui sono cresciuto. Il campionato era andato bene, oltre ogni aspettativa. Ci siamo ritrovati a dover disputare la semifinale per lo scudetto. Di fronte un avversario del tutto nuovo per noi abituati a nomi come Casale, Oderzo, Villorba, Mirano...ci ritroviamo niente meno che la Roma.
Arezzo, giornata calda, campo in perfette condizioni. Partita dura, giocata colpo su colpo. Anche oltre. Il risultato nemmeno lo ricordo. So solo che la Roma quell'anno ha vinto lo scudetto.

Era l'anno di Canal allenatore che con il suo pragmatismo riuscì ad ottenere il massimo da quei ragazzi. Era l'anno di Cesare Barucco accompagnatore, generoso e disponibile come pochi conosciuti in vita mia. Era l'anno del presidente Romolo Pacifici che al termine della partita ci strinse la mano uno ad uno, da grande uomo di rugby qual era. Era l'anno delle cene, delle trasferte, dei dolci, dei vovi duri.
Quando penso alla mia squadra, inevitabilmente penso a loro, ai miei compagni di allora. Molti di noi hanno smesso, io non ci sono riuscito. Giuro che c'ho provato. Ma dopo tutto ciò che il rugby mi ha dato, non me la sono sentita di abbandonarlo. Troppo grande era il mio debito di gratitudine. Oggi non ho molto da offrire se non qualche articolazione cigolante ed un po' di esperienza da tramandare ai giovani, magari di fronte una buona birra fresca.
Non so esattamente cosa sia accaduto durante quel campionato, so solo che è stato l'anno migliore della mia giovinezza, ricco di ricordi, emozioni e grandi amicizie che tutt'oggi conservo gelosamente. Quell'anno anche noi abbiamo vinto il nostro scudetto: è un premio che nessuna federazione riconosce, ma è di gran lunga il più prezioso, ed è cucito nel nostro petto, vicino al cuore. Per sempre.

1 commento:

Unknown ha detto...

Minchia quanti ricordi Palomo....che bell'anno quello, indelebile, tatuato nell'anima....quanti ricordi, dai vovi duri del plumi al poeta in piedi su una sedia a deliziarci con i suoi endecasillabi sciolti, dal 25 a 25 col petrarca con la trasformazione di matteo all'ultimo minuto alla partita con la Roma....indimenticabili quegli anni come diceva quello!